




La citazione nella Divina Commedia di Dante (Purgatorio V, 85-129) della battaglia di Campaldino ha contribuito più del suo concreto valore strategico alla fama di questo evento militare, citato da poeti e scrittori come Gabriele D'Annunzio e Franco Sacchetti e protagonista di numerose leggende locali e rievocazioni storiche. La vittoria ottenuta l'11 Giugno 1289 dai Fiorentini e dai Guelfi di Toscana contro i Ghibellini non fu infatti determinante per la risoluzione del conflitto poiché i vincitori, invece di proseguire rapidamente verso Arezzo, indugiarono nell'assedio di vari castelli del Casentino e diedero il tempo ai Ghibellini di riorganizzarsi.
Il busto che ricorda la partecipazione di Dante Alighieri alla battaglia di Campaldino Nella vasta pianura alluvionale di Campaldino, estesa sulla riva sinistra dell'Arno e delimitata da Porrena e Ponte a Poppi, che ospita numerose attività industriali, l'evento storico è ricordato da una colonna chiamata "Valigia di Dante" eretta nel 1921 sulla strada statale (al bivio verso Pratovecchio) ad opera dell'architetto senese Agenore Socini. Un'iscrizione sul monumento (Inferno XXII, 4-5) ricorda che Dante Alighieri partecipò alla battaglia come "feditore a cavallo" guelfo, cioè nel ruolo di cavaliere schierato nelle prime file incaricato di iniziare lo scontro con il nemico.
Il teatro della battaglia vide dalla parte guelfa le armate della potente Firenze, delle alleate Pistoia, Lucca, Bologna, Siena, Colle Val d'Elsa, Volterra, San Gimignano e di alcuni cavalieri francesi tra cui Guglielmo di Durfort al quale, vista l'esperienza, fu affidato il comando. La coalizione contrapposta, capeggiata dal vescovo di Arezzo Guglielmino degli Ubertini, era costituita, oltre che dagli Aretini, dai grandi signori ghibellini, tra cui i Pazzi di Valdarno, i Fieschi, i Tarlati; da molti esuli fiorentini come gli Uberti e Scolari; dai conti Guidi, signori di Poppi e del suo celebre castello che domina la piana di Campaldino. Il computo numerico delle forze in campo era decisamente favorevole ai Fiorentini: l'esercito guelfo era composto da circa 12.000 uomini a piedi e 1.600 cavalieri, mentre quello ghibellino da circa 8.000 appiedati e 800 cavalieri.
La battaglia si svolse, invece che in Valdarno, naturale percorso da Firenze verso Arezzo, in questa piana dell'alto Casentino poiché i Guelfi decisero di sorprendere gli avversari passando per il Passo della Consuma, le "male vie" indicate dai cronisti del tempo, tragitto montano tutt'altro che agevole nel XIII secolo. Le forze ghibelline furono perciò costrette a risalire l'Arno da Arezzo, dove erano concentrate, verso Poppi; la piana di Campaldino fu debitamente spianata e adattata dalle fanterie per agevolare le cariche della cavalleria.
Furono gli Aretini a mandare il guanto di sfida agli avversari per chiedere battaglia: consci della loro inferiorità numerica, riponevano molte speranze nella possibilità di ottenere la vittoria grazie ad un deciso attacco al centro dello schieramento avversario al fine di dividere e disorganizzare il nemico. I fiorentini, accettata la sfida, si prepararono a contenere l'attacco ghibellino: le truppe furono schierate in tre file e lateralmente furono posizionati speciali fanti dotati di grandi scudi con l'intento di opporre alla carica della cavalleria avversaria un blocco protetto e compatto. Gli aretini erano disposti secondo la consueta disposizione a tre file, la prima formata dai feditori a cavallo, la seconda dal resto della cavalleria e la terza dai fanti. In effetti la carica dei feditori ghibellini, al grido di "San Donato Cavaliere", patrono di Arezzo, produsse un impatto dirompente sulla formazione guelfa che fu costretta ad arretrare, ma gli Aretini, pur penetrando profondamente nelle file nemiche, non riuscirono a dividerle e rimasero bloccati tra le due ali dello scheramento guelfo.
Il definitivo colpo di grazia alle truppe ghibelline fu inferto dal fiorentino Corso Donati che, al comando della cavalleria di riserva guelfa di Lucca e di Pistoia, in contrasto con l'ordine ricevuto di mantenere la posizione, attaccò i fanti che combattevano nella mischia. I cavalieri aretini si trovarono dunque completamente accerchiati; dopo ore di combattimento la fine dei ghibellini era certa. Unica consolazione che la sorte concesse a quest'ultimi durante la fuga fu un forte temporale che ostacolò il loro inseguimento da parte dei vincitori.
Tra i tanti che persero la vita sulla piana di Campaldino vi furono due illustri comandanti ghibellini: Buonconte da Montefeltro del quale, come racconta Dante nella sua Divina Commedia (Purgatorio V, 85-129), non fu mai ritrovato il corpo ed il vescovo guerriero Guglielmino degli Ubertini che fu sepolto nella vicina chiesa di Certomondo.
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